Posted By krishna on 22 luglio 2010
Pasqualotto, G., Oltre la filosofia. Percorsi di saggezza tra Oriente e Occidente, pp. 222, Angelo Colla Editore 2009, € 19.00, ISBN 978-88-89527-38-2.
Oggi si parla e si scrive tanto di saggezza, specialmente di saggezza orientale. Così, ci vengono propinate massime di antichi Maestri di saggezza perfino negli slogan pubblicitari o in libri su come si diventa felici in una settimana.
Questo lavoro contribuisce invece a sfatare una volta per tutte il falso mito di una facile saggezza spacciata per filosofia a basso prezzo.
La saggezza, sia in Occidente sia, ancora di più, in Oriente, risulta essere, al contrario, un patrimonio di pensieri profondi sempre congiunti a pratiche impegnative: essa offre non solo visioni del mondo, ma anche esperienze di vita. Consiste infatti in teorie coerenti sempre associate a pratiche corrette: in particolare, tali pratiche non sono affidate al caso o all’improvvisazione individuale, ma si coordinano in azioni finalizzate al bene e in precisi esercizi fisici e mentali, sperimentati in collaudate Scuole di saggezza.
In definitiva, il libro cerca di dimostrare che la saggezza non è, e non è mai stata, qualcosa di meno, ma qualcosa di più della filosofia.
Le Recensioni
«Area»
01-09-2009
Che cosa c’ è oltre l’”amore per la sapienza” (philo-sophia)? C’è la sapienza (sophia), una condizione di esser presenti a se stessi e di comportarsi con il mondo circostante che travalica erudizione, cultura, intelligenza. La sophia è modo di essere che si traduce in atti esemplari, in esperienza che lascia dietro di sé ogni sapere astratto. Ma tale traguardo si colloca al culmine di un itinerario fluido che riconosce insostanzialità e impermanenza dell’Io, così da propiziare la fine dei dualismi di soggetto e oggetto, di conoscente e conosciuto. Occorre cioè imparare a con-sentire divenendo imperturbabili e non insensibili, conformati a controllo, equilibrio, misura, per realizzare il vero ben-essere. Giangiorgio Pasqualotto addita in questa raccolta di saggi un percorso transculturale che guarda da un lato ai precetti stoico-pitagorico-epicurei, di pari passo alle espressioni sapienziali taoiste e del buddismo zen. Ciò che può sorprendere è quanto scaturisce da simili ricognizioni: andare “oltre la filosofia” non prevede un movimento che sorpassa, ma un cammino a ritroso che recupera. Perché il rinvenimento di tale dimensione si colloca “prima” e non “dopo” la filosofia, anteriore alla sua deriva di conoscenza teorica e schema intellettualistico. Perché, la conoscenza deve avere sempre funzione di mezzo e mai di fine. II contatto con la vera saggezza sembra dunque, soprattutto in Occidente, essersi interrotto da molti secoli, quando già nell’antica Grecia la filosofia divenite esercizio per retori e mera trasmissione di scuola. Si può allora parlare ancora, dal Medioevo all’Età dei Lumi e fino ad oggi, di qualcosa che riecheggia il retaggio di questo patrimonio arcaico, in mezzo alla Babele di asserzioni e confutazioni generate dalla ratio discorsiva? L’autore addita in proposito alcuni passi illuminati di Nietzsche, le massime di Montaigne, qualche brano di Schopenhauer, riconoscendo al contempo l’irrecuperabilità dell’eccezionale temperie che consentì la fioritura del magistero dei presocratici sino alle tarde propaggini platoniche. Un esempio, quello di Pasqualotto, di confronto fra due mondi antitetici, attento più alle applicazioni del retto pensiero alla pratica, che ai vuoti virtuosismi intellettualistici fini a se stessi. Una disamina che, malgrado le difficoltà, mostra la possibilità di trovare residue consonanze e occasioni di confronto fecondo pur nella distanza delle rispettive posizioni. (L.P.)
«l’Unità»
09-01-2009
«Secondo una diffusa opinione il saggio è colui che, con un linguaggio chiaro e semplice, sa rivelare il senso della vita: evitando le fatiche dell’argomentazione concettuale, ci svela il segreto dell’esistenza in poche massime brevi e illuminanti. Ecco quindi il successo di tanti libri che raccolgono «i detti degli antichi maestri», presentati come perle di saggezza per imparare a vivere più sereni e anche più felici. Questa concezione corrente della saggezza finisce però per far credere che essa sia una sorta di ragionamento filosofico a buon mercato: una sottospecie della filosofia che s’illude di poter sostituire il rigore della logica con la leggerezza dell’intuizione. Secondo Giangiorgio Pasqualotto, tale idea svilita della saggezza è il portato di una scissione avvenuta nel pensiero occidentale in seguito all’avvento del cristianesimo. A partire dal medioevo, infatti, l’antica figura del saggio, ereditata dal mondo greco-romano, si dissolve per essere sostituita da due personaggi contrapposti: da un lato il santo, dedito a trasformare la propria vita in un esempio di comportamento perfetto in quanto illuminato dalla fede – e dall’altra il teologo-filosofo impegnato nell’elaborazione di un sapere puramente astratto e speculativo. Ma la saggezza, avverte Pasqualotto, non è un prodotto inferiore, bensì una disciplina che va Oltre la filosofia – come recita il titolo di una sua raccolta di scritti recentemente pubblicata. Infatti, sia nel mondo antico sia nelle tradizioni presenti in Oriente, «per essere saggi non è sufficiente elaborare o conoscere una valida teoria dell’intera realtà, ma è necessario comunicarla correttamente e assumerla come fondamento per una pratica di vita virtuosa». Il saggio dunque si dedica sì alla speculazione teorica ma solo per arrivare a un’esistenza illuminata, capace di porsi come modello valido per tutti. Non accontentandosi di pensare bene, cerca anche di agire bene: abbina sempre alla riflessione astratta una disciplina concreta, fatta di complessi esercizi fisici e mentali – siano essi i regimi dietetici proposti da Pitagora, o le varie forme di meditazione elaborate in Oriente da induismo, buddhismo e taoismo. Agendo non solo sul proprio pensiero, ma su tutto se stesso, il saggio quindi è più che un filosofo: diventa un maestro di vita, dedito a insegnare ai propri allievi e al mondo intero una via di liberazione dalla sofferenza, un’arte del vivere bene. Convinto che la nostra filosofia sia destinata a una crisi irrisolvibile se non si apre al confronto con altre scuole di saggezza, Pasqualotto si dedica da anni alla comparazione tra forme di pensiero orientale e occidentale, a partire dal suo celebre Il Tao della filosofia, del 1989.»(..) (Giampiero Comolli)
«Il Giornale di Vicenza»
07-01-2009
«C’è quella in pillole o fai da te. Quella multiuso o da dispensare solo in determinate occasioni. Oggi la saggezza ha assunto le connotazioni più svariate, al punto da diventare spesso una filosofia spicciola, un bene consumistico usa e getta. Come se fosse sufficiente seguire le indicazioni di uno slogan per raggiungere la felicità. Giangiorgio Pasqualotto tenta di sfatare tale mito nel volume Oltre la filosofia. Percorsi di saggezza tra Oriente e Occidente, delineando il patrimonio di pratiche e nozioni che sottendono il conoscere, il dire e il praticare la verità. Queste infatti sono le triplici funzioni della saggezza che sia in Oriente, sia in Occidente si caratterizza per le seguenti componenti: la teoria intesa come conoscenza della realtà interna ed esterna all’uomo, l’etica come traduzione nei comportamenti dei risultati della conoscenza, la comunità come luogo primario della sperimentazione dell’etica, gli esercizi del corpo e della mente come allenamento e il maestro come strumento di trasminissione dei contenuti. In base a questo quadro di riferimento si deduce che soltanto fino all’avvento del Cristianesimo le forme della saggezza nelle due tradizioni hanno avuto un itinerario simile, per poi divergere. Partendo dalle similitudini tra filosofia occidentale e orientale, l’autore affronta il rapporto tra Eraclito e il taoismo. La saggezza consiste nell’ indagare se stessi rendendosi conto della struttura relazionale dell’io e acquisendo così una soggettività più ampia in quanto costituita da connessioni infinite, «In tal senso si può equiparare, con Eraclito, la saggezza alla mania e, con i taoisti, la saggezza alla condizione di vuoto; con l’avvertenza, però, che ciò non significa affatto un cedimento a forme di irrazionalità, ma “produzione di una realtà più complessa”». Una forte affinità con il taoismo è presente anche in Spinoza che vede il saggio come colui che non si adira, che agisce bene, in quanto asseconda la propria natura, esplicandosi come modo della Natura o del “grande Tao”. Pasqualotto analizza poi le analogie tra Nietzsche e il buddhismo zen. Entrambi partono dal considerare l’inconsistenza dell’io, che porta alla frantumazione dell’opposizione soggetto-oggetto, cioè concordano nel trovare all’interno delle nostre abitudini conoscitive una quantità di moralismo che influenza il criterio di giudizio. Il saggio quindi si deve liberare dall’intenzionalità dell’azione, prescindendo da ogni verità acquisita e scegliendo la solitudine e la meditazione per ottenere la migliore illuminazione possibile di sé e degli altri. Sempre in ambito etico si colloca la convergenza tra Buddha e Schopenhauer, infatti entrambi sono a favore dell’efficacia delle azioni, più che della loro coerenza astratta. L’ultimo capitolo è dedicato invece agli antidoti contro la malinconia, cioè a quei gioielli di pensiero che, pur trovandosi di tanto in tanto nel pensiero occidentale, in Oriente sono incastonati lungo le vie di ogni pratica spirituale. L’autore sostiene quindi che «per curare paura e depressione, radici della malinconia, più che l’esagerato eloquio della metafisica o l’arido prontuario farmaceutico, serve la pratica della filosofia, ossia la saggezza». (Cherubina Marte)
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