Posted By krishna on 8 novembre 2007
Ecco qui il testo del prof. Bori (Università di Bologna) intervenuto al seminario “Simplègadi” in data 2 ottobre 2007.
Lettera sui monoteismi
Mi hai chiesto, caro amico, di scrivere qualche pagina di introduzione alla versione araba del nostro libro sull’etica nelle diverse culture e religioni, e in particolare di mostrare quale sia il ruolo che in questo quadro rivestono le religioni del Libro. L’idea di scrivere rivolgendomi in lingua araba a un mondo che amo e a una cultura che ammiro mi riempie di gioia. Spero essere all’altezza del compito.Certo la tua richiesta non mi trova impreparato. Arrivato a settant’anni, posso rivendicarne cinquanta di studi e ricerca nelle quali ho voluto guardare dentro – talvolta dal di dentro –il cattolicesimo, la teologia e la critica storica protestante, l’ortodossia soprattutto russa, il giudaismo biblico, l’islam delle origini e quello fondamentalista. Ho cercato di conoscere le fonti, ho studiato le lingue, ho scritto non poco. Devo confessare che alla fine non guardo più a questi temi con la benevolenza e l’ottimismo con i quali cominciavo la mia ricerca. L’accrescersi non solo delle conoscenze ma anche delle esperienze al di là degli studi ha contributo a questo stato d’animo. La convinzione che la vita sia un mistero insondabile, dinanzi alla quale solo il silenzio è adeguato, si è ingrandita in chi ti scrive. E tuttavia studiare, interpretare, progettare rimangono un compito e una passione legata inscindibilmente alla nostra professione intellettuale.Parecchi anni sono passati da quanto studiavo la bella lingua a Tunisi e ci incontravamo, tra amici,a conversare, scherzare, fantasticare, restando a tavola talvolta dalla metà del giorno sino alla bella notte estiva. La situazione è da allora cambiata, il quadro politico mondiale è divenuto ancora più complesso e minaccioso e le religioni hanno assunto un ruolo ancora più importante e critico. Gli amici comuni hanno preso ciascuno delle vie diverse; quanto a noi, caro amico, abbiamo riflettuto sul bisogno generalizzato di riforme religiose e sulla necessità e la possibilità di offrire degli strumenti di crescita, nella speranza che il nostro studio possa servire non solo sul piano accademico, ma anche a migliorare la realtà attuale. E’ un progetto che si è già tradotto nel tuo Master in religioni e civiltà comparate dell’Università La Manouba di Tunisi, nel nostro recente convegno in Giordania sulla riforma delle religioni e anche nella traduzione di questo libro. Anche quel che ti sto scrivendo vuole essere un contributo a questa riflessione e a questo progetto. 1. Per quanto concerne le linee essenziali dell’interpretazione delle culture e delle religioni rappresentati nel nostro libro, soprattutto dal punto di vista dell’etica, potrei rinviarti alle pagine dedicate ai «Temi e problemi» alla fine del libro stesso. Ma se mi domandi qualcosa di più, a proposito della distinzione tra monoteismi, la risposta dev’essere più esplicita e più ampia.Vorrei cominciare definendo le religioni del Libro (o «abramitiche») proponendoti una definizione complessa, secondo la quale esse devono essere considerate.a. Come « religioni profetiche », nel contesto di un’idea di storia segnata da interventi divini ad opera di inviati, i profeti, che, senza essere rappresentanti o mediatori, danno parola alla divinità…b. divinità che non si dà a conoscere nella sua natura, ma comunica la sua volontà di bene e di vita mediante i comandamenti…c. i comandamenti il cui contenuto etico e persino religioso può trovare corrispondenza nella sapienza di altre civiltà contemporanee e circostanti, salvo appunto la forma profetica…d. forma che determina anche il particolarismo delle «religioni profetiche»: la rivelazione è data in un momento determinato, con un testo determinato, a destinatari che saranno i responsabili dell’universalizzazione del messaggio.Come vedi, seguendo dati ben conosciuti dagli studiosi, questa definizione non si basa né sul fatto che i monoteismi, biblico e coranico, siano gli unici nel mondo antico né che essi siano sorti immediatamente nella loro purezza per opposizione alle religioni della natura, loro contemporanei; si basa invece sulla specificità della rivelazione profetica, con l’ethos, la prassi che essa comporta. Mentre nel mondo antico le domande d’ordine morale, il giudizio, la collera e la misericordia divine sono manifestate attraverso l’autorità terrena, si ha qui invece l’intervento diretto di una divinità che è, essa stessa, detentrice della giustizia e si manifesta precisamente nella forma profetica. Prevedo i rilievi che si potrebbero fare obiettando che non si può interpretare il monoteismo ebraico alla luce della sola tendenza profetica: una tendenza minoritaria nella tradizione di Israele, laddove il monoteismo giudaico è fondato sul primato di un sistema legale centrato sull’idea di purità. Si potrebbe anche naturalmente rivendicare la specificità dell’escatologia cristiana, con i tratti messianici e taumaturgici della sua cristologia. Ma sono convinto che la categoria del profetismo rimane la più adatta a fornire una descrizione dello specifico delle religioni monoteistiche, in particolare dell’Islam in cui l’idea profetica ha un ruolo essenziale 2. Seguo qui effettivamente in generale la teoria di Avicenna: «È quindi necessario che esista un profeta, è necessario che sia un essere umano, ed è necessario che abbia una particolarità che non appartiene al resto degli uomini, cosicché gli uomini avvertano che in lui v’è qualcosa che per loro non esiste e che perciò egli se ne distingue; a lui infatti si dovranno i miracoli di cui si è data notizia. Quando un tal uomo esiste, è poi necessario che – con il permesso di Dio, altissimo, il Suo comando e la Sua rivelazione e in virtù del fatto che su di lui sarà fatto discendere lo Spirito Santo – fondi dei costumi [per gli uomini] riguardo ai loro affari”, Metafisica X, II, 442 a cura di O. Lizzini e P. Porro, Bompiani, Milano 2002, p. 1015). E’anche la teoria di Maimonide (Guida dei perplessi II, capp. 32-48; Tommaso d’Aquino, Summa theol. 2-2, q. 171-174).E’ soprattutto l’immagine di Hayy ben Yaqdhān che qui mi sta davanti. Nel suo geniale romanzo filosofico, scritto intorno al 1180, Ibn Tufayl, che precede Ibn Rushd alla corte di Abû Ya‘qūb in Andalusia come medico, mostra la possibilità di un misticismo razionale che giunge agli stessi risultati conoscitivi della rivelazione profetica, in modo che Hayy et il pio Asâl possono arrivare a concordare nelle conclusioni della loro ricerca spirituale. La mistica fondata sulla profezia non aggiunge alla mistica naturale contenuti nuovi, ma una nuova intensità, dei colori, un gusto che non appartengono alla ragione naturale. Ma se la forma profetica è nuova, Asâl vede che i contenuti si corrispondono: «concordarono in lui quel che comprendeva razionalmente e quel che veniva trasmesso», mentre Hayy da parte sua nella rivelazione profetica non vede «nulla che differisse da quanto aveva contemplato nel suo stato sublime» (ed. L. Gauthier, Beyrouth 1936, arabo pp. 144 s., mia versione). Si arriva al punto che Hayy può proporre di correggere l’interpretazione letterale delle prescrizioni del testo sacro, enunciando implicitamente proposte di riforma. «E [Hayy] le accettò e vi aderì e si impegnò nell’osservarle, conformandosi all’ordine di colui sulla cui veracità non c’era per lui alcun dubbio. C’erano solo due cose di cui si meravigliava e delle quali non sapeva riconoscere la sapienza. La prima era: perché questo inviato nella maggior parte delle sue descrizioni agli uomini del mondo divino aveva dato agli uomini solo dei simboli e si era astenuto dallo svelarlo…E la seconda era: perché si era limitato a queste prescrizioni e a queste pratiche di culto e aveva permesso le ricchezze e l’abbondanza del cibo, tanto che gli uomini si dedicavano a queste cose vane e si allontanavano dal vero? …» (arabo pp. 146 s.) 3. Potenza ma anche limite della prospettiva monoteistica. I monoteismi, biblico e coranico, non sono i soli monoteismi nel mondo antico e le alte esigenze morali e la critica degli antropomorfismi non si trovano solo nei nostri libri sacri. In generale, si sa che il monoteismo è una tendenza che percorre tutto il mondo antico, religioso e filosofico. Nella filosofia ellenistica vi sono profondità mistiche straordinarie che affascinarono il pensiero religioso monoteistico.Quando si prendono in considerazione con atteggiamento imparziale ed equo le culture religiose orientali (come spero possibile con l’aiuto del nostro libro), si vede che vi si trova un’assenza di esclusivismo che fa difetto nelle formulazioni originarie dei nostri monoteismi, con la distinzione rigida tra vero e falso di cui ha parlato in modo convincente l’egittologo Jan Assmann.Vi si trova una capacità di accettare un discorso argomentativo e razionale che è meno evidente nell’autoritarismo – perdonami il termine – delle enunciazioni profetiche.Vi trova un senso del mistero, dell’ineffabilità, un’apertura all’infinto, un bisogno di silenzio che manca per la loro stessa natura nei monoteismi profetici.Dall’altro lato, a causa del ruolo straordinario che vi svolge la dignità nell’ordine morale, i monoteismi, biblico e coranico, che per questo sono stati giustamente chiamati anche monoteismi «etici», rappresentano con grande forza la dimensione morale del religioso, nonostante tutte le contraddizioni storiche, giungendo a espressioni talvolta sublimi e incomparabili. La saggezza egiziana antica, il pensiero morale ellenistico, la cultura religiosa del Medio Oriente della Persia conoscono proposte etiche non dissimili da quelle enunciate dai profeti. Quel ch’è nuovo è la potente semplificazione, la concentrazione che caratterizza queste proposte e che viene loro dal fatto che la divinità stessa vi è impegnata con passione, esigendo dagli umani un impegno corrispondente. 4. Tutto questo esclude la razionalità? A mio avviso, in realtà la forma profetica, come ho già detto, in profondità e nel suo nucleo più essenziale, veicola contenuti che come tali non sono inaccessibili alla ragione. Nella Bibbia ebraica, in quella cristiana e nel Corano gli elementi che in modo differente, appartengono alla sfera del soprannaturale (il prodigioso, il visionario, l’escatologico, l’apocalittico, il sacro in generale) si intrecciano con una componente «razionale», o meglio «sapienziale», talvolta persino razionalistica ante litteram (Max Weber parla nel suo Scienza come professione del «grandioso razionalismo di una condotta di vita etico-metodica, che scaturisce da ogni profezia religiosa»). Questo principio di razionalità che appartiene alla costituzione stessa dei monoteismi profetici si esprime, per esempio, nella critica dell’antropomorfismo e dell’idolatria e nella denuncia dell’ingiustizia.Questo principio ha permesso l’acquisizione dell’eredità greca in momenti differenti della storia delle tre culture monoteistiche.Questo principio può giustificare l’acquisizione della scienze moderne nell’ermeneutica religiosa, senza contraddire l’esigenza che tutto avvenga nel rispetto della loro coerenza interna.Questo principio può costituire la base di un incontro e di un vero dialogo tra culture (non si può qui omettere il lavoro di Hans Küng in vista di un’etica mondiale; ma permettimi anche di rinviare al mio piccolo libro sul Consenso etico tra culture, nel quale indico precisamente nella sapienza il punto di partenza per un consenso tra culture da parte di coloro che si riferiscono alla Bibbia e al Corano come libro normativo).Questo principio infine può aprirsi al discorso mistico, quando spinge i postulati dell’unicità divina sino in fondo, sino alla totalità dell’esistenza, del wugiûd. L’esclusività originaria si apre allora all’ammissione di una pluralità di vie che conducono al mistero che è al di là di ogni comprensione e definizione. 5. La questione ermeneutica appartiene alla natura stessa dei monoteismi profetici. Infatti la comunicazione profetica rimane un fatto storico, soggetto a verifica storiografica. Questa coscienza storica elementare, che di principio fa parte della natura stessa del profetismo, permette di distinguere le tradizioni monoteistiche dalle religioni fondate su una saggezza tradizionale e su miti primordiali.Ma dall’altra parte sta l’esigenza del testo profetico, che pretende di essere esaltato al di là della particolarità storica delle sue origini e di parlare qui e ora. Per arrivare a questo risultato, l’ermeneutica antica si è servita dei procedimenti fondati sull’allegoria o, in un senso più lato, dell’analogia. L’opera di Henri De Lubac, di Gershom Sholem et di Henri Corbin lo ha ben mostrato. «Fra i problemi che la ricerca del senso vero in quanto senso spirituale ha posto, rispettivamente nel Cristianesimo e nell’Islam, all’ermeneutica della Bibbia e a quella del Corano esistono delle analogie. Ma esistono anche delle profonde differenze», scriveva Henri Corbin all’inizio della sua Storia della filosofia islamica (Adelphi, Milano 1973, pp. 19 s.). Anche là dove si voleva privilegiare la lettera contro lo spirito, il dhâhir contro il bâtin nella terminologia islamica, di fatto si utilizzava l’analogia che permetteva di estendere il significato sino a raggiungere il presente con i problemi che attendevano una risposta dalle Scritture, adattandole a tutte le circostanze e condizioni umane. Come diceva Agostino, la Scrittura «cammina lentamente con te. Infatti essa parla in modo tale che, con la sua altezza, ride dei superbi, con la sua profondità spaventa quanti la scrutano, con la sua verità sazia i grandi, con il suo dolce parlare nutre i piccoli» (Gen. litt. V,3,6). (Agostino: mi ricordo come l’amavo, e come mi fossi riproposto di rileggerlo durante il mio primo soggiorno, quando vivevo presso il sito dell’antica Cartagine, ma ben presto scoprivo che il suo fascino era finito per me, non mi parlava e non mi pervadeva più, volevo comprendere il nuovo mondo che mi si apriva, con la sua lingua difficile, la sua cultura, i suoi volti di persone vive). 6. La crisi dell’ermeneutica religiosa comincia già all’inizio del secondo millennio, nel contesto cristiano. Il rigore aristotelico, comunicato attraverso l’opera di Ibn Rushd-Averroè, rende diffidenti verso l’idea di una polisemia del testo. La speculazione e la controversia esigono una certezza del significato e il primato del senso letterale. Con l’umanesimo la filologia afferma la necessità di ricorrere alle fonti e alla critica testuale. Con Galileo la cosmologia biblica mostra i suoi limiti L’esegesi scientifica, a partire dal secolo XVIII, con la sua strumentazione linguistica, storica, archeologica, antropologica, comparatistica si afferma in modo irresistibile. I risultati della ricerca storica e critica sulla Bibbia e in generale sui testi sacri costituiscono uno dei maggiori monumenti della cultura moderna. I procedimenti dell’ermeneutica antica non appaiono più praticabili e l’accettazione del metodo critico diviene inevitabile, non solo per quanto riguarda le scritture ebraiche e cristiane, ma per tutte le scritture.Occorre ancora insistere su questo punto? Dopo le innumerevoli lezioni di Mohamed Arkoun, occorre ancora ricordare che questo non si applica solo alle fonti cristiane, ma a tutte le fonti di ogni storia? Occorre ancora rilevare quanto le letture fondamentaliste rischino l’anacronismo e l’ingenuità?Occorre dire che oggi non si possono leggere i testi ignorando la coesistenza e la molteplicità di culture e di parole sacre, trascurando di conoscerle e di metterle a confronto, studiandone la storia con la consapevolezza di quanto hanno in comune, compresa la pretesa d’essere, ciascuna di esse, la Parola assoluta e definitiva? 7. Resta l’esigenza spirituale, che vede nei testi non solo dei documenti storici, ma una realtà vivente, che parla al lettore (“cresce con lui”, diceva Gregorio Magno) e che richiede di essere tradotta nella sua vita e nella vita di una comunità. Con l’ermeneutica di Schleiermacher e, più recentemente, con H.G. Gadamer, si è arrivati comprendere questa esigenza di una lettura oggettiva e rigorosa dei testi che ammetta tuttavia il momento finale dell’«applicazione», secondo l’aforisma di Bengel: «àpplicati tutto al testo, e tutto il testo a te». Eccoci allora dinanzi al compito nuovo: si tratta – nel contesto attuale caratterizzato da irreversibili acquisizioni scientifiche, dalla secolarizzazione, dal pluralismo, dalla globalizzazione – si tratta del compito di un’ermeneutica universalistica, critica, creativa, capace di una lettura libera che, senza deformare i testi antichi in funzione delle proprie convinzioni, ne sappia riprodurre il cuore e l’essenza in parole e forme nuove. Questo comporta, oltre che la padronanza dei fondamenti del metodo storico-critico,-un programma di lettura comprensiva e simultanea di fonti di culture diverse e tra loro lontane;-un programma di lettura che si ponga oltre la distinzione tra religione e filosofia (l’età assiale li accomuna, come ricordava recentemente J. Habermas) e si proponga di valorizzare ogni apporto di pensiero quale che ne sia la provenienza; -un programma di lettura che sia praticato da lettori radicati in un contesto secolare e non separati delle fondamentali esperienze umane; -un programma di lettura che ponga al centro dell’attenzione ogni apporto utile alla crescita della vita, della pace, dell’umano e ponga invece ai margini il culto della forza.Avrai già intuito quante voci e figure sono dietro a questi suggerimenti: da Agostino (sì, ancora lui, con il criterio della strumentalità: «utilitas» delle Scritture in vista del loro «fine», la «carità», Doctr. Christ. I, XXXV, 39) e da Avicenna sino ad Albert Schweitzer e Simone Weil. Ma vorrei dare rilievo soprattutto a una voce, quella umanistica, perché proprio questo era il programma di Pico della Mirandola quando, nel 1486, concepiva il suo Discorso sulla dignità umana. 8. E’ il grande tema della riforme – riforma di tutte le tradizioni del libro -; è la prospettiva che, benché coscienti dei nostri limiti, noi sosteniamo, caro amico, come un compito comune e urgente (a questo proposito, tu dicevi anche che occorre «farsi carico delle religioni»).Permetti che io concluda con un riferimento al mio passato di ricercatore (e non solo), il colloquio internazionale sull’Acropoli di Cartagine del novembre 1995 su «Monoteismi e modernità». Permetti anche di riprendere la parole con cui concludevo il mio intervento nel convegno recente in Giordania (gennaio 2007, sul Mar Morto) sulla riforma delle religioni. Dicevo qui che rileggendo il testo del 1995 vi avevo trovato una grande fiducia nei confronti dei monoteismi profetici, fiducia nelle loro risorse etiche, nelle loro risorse ermeneutiche, come capacità di ritornare sulle proprie fonti, fiducia persino nella possibilità di un rinnovamento profetico… I sentimenti di chi ti scrive sono ora cambiati. Le contraddizioni del discorso monoteistico gli sono divenute più evidenti. Nel momento in cui al potere enorme, ma anche alla strumentalizzazione che investe le religioni nella vita e nella comunicazione corrisponde l’avanzata inesorabile della secolarizzazione, tre problemi si presentano con particolare gravità. Li si potrebbe presentare come problemi di «rappresentazione»:-la pretesa di rappresentare giuridicamente e politicamente la divinità, facendosene interpreti infallibili, senza rispetto per la dignità, i diritti e persino la vita delle persone;-la pretesa di essere depositari di una rappresentazione cognitiva perfetta di una rivelazione che si è invece sviluppata sul piano storico, rigettando ogni analisi critica sulla storia delle proprie origini,-la pretesa di avere la rappresentanza esclusiva della divinità, rifiutando ogni idea di pluralismo.Potrai intuire che la risposta a queste pretese dovrebbe consistere in una riaffermazione della vita e della dignità umane, in un nuovo bisogno di veracità e, terzo, soprattutto in una «dotta ignoranza» (Nicola da Cusa), un «non-sapere sapiente». Con questi termini vorrei evocare una capacità di fare silenzio, un senso del mistero dell’esistenza, un’apertura al non-condizionato che si potrebbero anche riassumere con « fede », come tensione verso il non-finito, da non confondersi con la semplice «credenza» dottrinale. Da qui anzi derivano la veracità e la discrezione nel parlare delle proprie convinzioni (si veda Asoka, in questo libro) e deriva anche il rispetto, ancor più la venerazione (Ehrfurcht) per la vita, come si esprimeva Schweitzer. Si potrebbe allora suggerire che dignità umana, veracità, silenzio dinanzi al mistero siano ispirazioni valide per eventuali movimenti di riforma, nel rispetto dei diversi contesti dei nostri monoteismi. Benché non si possano avere certezze in una congiuntura così delicata e difficile, il nostro impegno testimonia della nostra buona volontà e della nostra speranza. Dunque, buon lavoro!
Pier Cesare Bori
19 marzo 2007
Categories: generale
Tag: seminario lezione
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