Da che mondo è mondo…

Posted By on 14 settembre 2009

Recentemente mi è occorso di occuparmi – ancora una volta – di teoria della percezione secondo il buddhismo primitivo, e mi sono imbattuto in un curioso spostamento semantico che esiti decisamente più tardi di questa stessa corrente di pensiero hanno applicato al termine «mondo». In sanscrito, infatti, il vocabolo che generalmente è utilizzato per fare riferimento a ciò che noi chiamiamo «mondo» è lokaḥ. Questo vocabolo ha la medesima ampiezza semantica, ad esempio, del francese monde, poiché fa riferimento sia al mondo in quanto «luogo», sia al mondo in quanto «umanità» (si considerino le due espressioni sanscrite loka-visargaḥ, «la distruzione del mondo», e loka-vikruṣṭaḥ, «offensivo verso gli uomini», parallelamente alle due francesi la création du monde e tout le monde est là). Il vocabolo lokaḥ deriva dalla radice sanscrita LOK da cui è tratto anche il verbo lokate («egli vede»). Medesimo significato ha la radice LOC, da cui locate. Tuttavia questa seconda forma radicale esprime, anche se in una certa accezione secondaria, l’idea di luminosità: è da LOC che derivano, ad esempio, aggettivi come locanaḥ/-aṃ/-ā, «che illumina», «illuminante». Sulla scorta di LOC, possiamo richiamere un’altra radice verbale, semanticamente connessa a LOC, vale a dire RUC. Da RUC abbiamo sia il verbo rocati («egli brilla»), sia aggettivi come rucaḥ/-aṃ/-ā («brillante», splendente), sia sostantivi come ruciḥ («luce», «splendore»). Dunque, già solo da queste brevi notizie etimilogiche, emerge quanto il termine lokaḥ richiami l’idea di uno spazio luminoso, ovvero anzitutto e di per sé evidente, e di conseguenza l’idea di una regione priva di impedimenti, aperta alla vista e alla conoscenza (si consideri, ad esempio, l’appellativo loka-cākṣus, che al singolare, letteralmente «occhio del mondo», fa riferimento al Sole in quanto fonte di luce, ma al plurale, potremmo tradurlo con «occhi sul mondo», si riferisce all’organo visivo dell’uomo, lo strumento di conoscenza per eccellenza secondo le tradizioni filosofiche indiane; oppure il termine ā-lokaḥ, ad un tempo «vista» e «luce»).

Il corrispettivo latino del termine lokaḥ, quindi, non è, come facilmente si potrebbe desumere, lŏcus («luogo», «regione»), ma lūcus, che significa «radura [in un bosco]», termine semanticamente legato alla lichtung di memoria squisitamente heideggeriana. In greco troviamo, ad esempio, λευκός («bianco»), derivato da una radice indoeuropea LEUK, senz’altro imparentata a LOK.

LokesvaraRispetto alla semantica del sanscrito lokaḥ non si può non stupire quando prendiamo in considerazione il suo equivalente tibetano: ’jig rten, letteralmente «ricettacolo di distruzione». Come si è passati dal senso “positivo” di luminosità, proprio di lokaḥ, a quello “negativo” di decadenza, proprio di ’jig rten? La risposta può e deve essere ricercata all’interno delle tradizioni filosofiche buddhiste. Per il buddhismo, infatti, il mondo ha generalmente un connotato, se così si può dire, “negativo”. La via buddhista mira alla liberazione dal mondo del divenire (saṃsāraḥ): ciò che è mondano (saṃvṛtiḥ) dovrebbe essere accantonato in favore di ciò che è superiore (paramārthaḥ) o ultramondano (lokottaraḥ). Di sicuro i connotati filosofici e concettuali con cui il mondo è assunto nella prospettiva buddhista hanno inciso fortemente sulla resa tibetana. Nondimeno dobbiamo anche notare come le radici LOK, LOC e soprattutto RUC, richiamino foneticamente due ulteriori temi radicali sanscriti, LUÑC, da cui luñcati («egli rimuove») e LUK, probabilmente esso stesso desunto da LUÑC, che in grammatica indica i casi in cui è prevista la caduta di prefissi e suffissi. Quindi, l’idea di mondo passa dalla luminescenza dello spazio aperto alle tenebre della caduta, della distruzione. È nella Mahāvyutpattiḥ (il dizionario etimologico sanscrito-tibetano compilato dai traduttori buddhisti per l’esigenza di uniformare le traduzioni dei testi sanscriti in tibetano) che una tale transizione semantica è definitivamente consolidata (lujyata iti lokaḥ, ’jig pas na ’jig rten, «è [detto] “mondo” poiché è distrutto»), cosicché non solo in tibetano, ma anche nelle traduzioni cinesi dei testi buddhisti l’idea di distruzione è mantenuta: in cinese troviamo, infatti, sia shijian (shì jiàn), che significa generalmente «mondo», composto dal glifo shi (shì), il quale originariamente indicava il tempo di una generazione (circa 30 anni), e da jian (jiàn) che rimanda all’idea di «frattura», «spacco», e quindi di «interruzione», sia shijie (shì jiè) che letteralmente significa «confine di shi», «limite di shi» e rinvia all’inesorabile procedere verso un limite che, di per sé, designa anche una fine.

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Comments

One Response to “Da che mondo è mondo…”

  1. [...] fa abbiamo preso in considerazione il termine sanscrito lokaḥ («mondo») e ne abbiamo considerato il mutamento semantico, dovuto ad un approccio filosofico [...]

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