Scusi, qual è la strada per il nirvāṇa? (4)
Posted By krishna on 6 novembre 2009
In precedenza abbiamo visto due versioni di un medesimo discorso: una in pāli contenuta nel Saṃyuttanikāyo, l’altra in tibetano (tradotto da un originale sanscrito) riferita da Śamathadeva nella sua Ṭīkopāyikā all’Abhidharmakośa-Bhāṣyaṃ di Vasubandhu. Dobbiamo concludere che Vasubandhu conoscesse la versione sanscrita (che noi abbiamo in tibetano). Tra le due formule testuali vi sono notevoli differenze, che adesso merita prendere in considerazione:
(1) solo nel Saṃyuttanikāyo XLVIII,42 (Saṃ) si rende noto il nome dell’interlocutore di Gotama, è il brāhmaṇa Uṇṇābha;
(2) il contorno introduttivo differisce notevolmente dal testo pāli a quello sanscrito/tibetano (Śam): nel primo caso v’è menzione dell’arrivo di Uṇṇābha a Sāvatthi, luogo in cui stava risiedendo il Buddha e di un amichevole colloquio preliminare tra i due, nel secondo caso, invece, il preludio si fa più fitto, vi si descrive la regione in cui il Buddha si trovava (Śūrasena), nonché il territorio specifico, ovvero la parte popolata dalla popolazione Tāla, veniamo poi informati che l’interlocutore del Buddha è un brāhmaṇa di questo popolo e che, per desiderio di far visita a Gautama, egli prese il bastone (daṇḍaḥ) brāhmaṇico e una fiasca d’acqua e si servì di un carro trainato da una giumenta bianca fin dove la strada lo consentiva, dopodiché procedette a piedi, seguito ed attorniato da una folla di giovani.
(3) in Saṃ la spiegazione che Gotama fornisce a Uṇṇābha è decisamente meno articolata di quella descritta nel testo riportato in Śam. Se confrontiamo le due lezioni rileviamo quanto segue: (3.a) Saṃ manas → Śam manas, Saṃ sati → Śam smṛtiḥ, Saṃ vimutti → Śam catvāri smṛtyupasthānāni, saptāni bodhyaṅgāni, saṃvid + vimuktiḥ, Saṃ nibbānaṃ → Śam nirvāṇaṃ.
Ne concludiamo che il testo a cui faceva riferimento Vasubandhu contiene una serie di informazioni decisamente più dettagliata di quello pāli, dettagli forse dovuti agli sviluppi esegetici a cui i discorsi del buddhismo primitivo sono stati sottoposti dalle correnti dell’Abhidhamma e dell’Abhidharma (a cui Vasubandhu, autore dell’Abhidharmakośa-Bhāṣyaṃ, era affiliato). In particolare notiamo come il semplice termine vimutti sia stato sviluppato fino ad esternarne le componenti principali e/o gli elementi da cui essa scaturisce, tracciando in modo più marcato e meno “superficiale” la sua derivazione da smṛtiḥ: 4 fondamenti della rammemorazione (del corpo, delle sensazioni, della mente e del dharmaḥ), 7 fattori del risveglio (smṛtiḥ, rammemorazione, prajñā, conoscenza avanzata, vīryaṃ, sforzo, prītiḥ, gioia, praśrabdhiḥ, fiducia, samādhiḥ, concentrazione, upekṣā, equanimità), la conoscenza (saṃvid o vidyā) e vimuktiḥ.
Da qui è facile, con un procedimento a ritroso che ha tutto il sapore dell’ermeneutica, risalire al ragionamento che Gotama lascia parzialmente implicito nel passaggio pāli: la mente raccoglie le informazioni derivanti dagli altri organi di senso (perciò quelli trovano fondamento in essa), la rammemorazione è la pratica della presenza mentale (quindi la mente trova fondamento nella rammemorazione), la rammemorazione poi si esercita applicandosi nei quattro smṛtyupasthānāni, questi ultimi, per acquisire fermezza, devono avvalersi dei, ed impratichirsi nei, sette fattori del risveglio (tra cui v’è anche smṛtiḥ), che a loro volta assumono concretezza sempre maggiore se ispirati dalla ricerca della conoscenza impeccabile (saṃvid), ovvero la vimuktiḥ. Il passo successivo sarà l’accesso al nirvāṇaṃ. Tutto questo è definito «vita pura» brahmacaryaṃ.
Quindi abbiamo due strategie dialettiche per affrontare la medesima strada: da un lato, quella riferita da Śamathadeva, che riporta un passaggio così come è stato registrato negli Āgama, la letteratura buddhista in sanscrito e, dall’altro, quella in pāli dei Nikāya. Solo nella prima versione – che delle due è la più recente – troviamo anche, per dir così, i segnali stradali che ci aiutano ad individuare la retta direzione, mentre per meglio orizzontarci nella seconda dobbiamo necessariamente chiedere ulteriori indicazioni ad una persona che la strada la conosce bene, ad un vimuktaḥ. È proprio l’esigenza di indicazioni sicure e codificate, per non perdere di vista la via giusta, ad aver dato origine alle scuole esegetiche abhidhammiche, le scuole che ci permettono ancora oggi di poter accedere ai segnali stradali con cui percorrere con una certa agilità il sentiero, altrimenti più labirintico, del buddhismo. Da un semplice cenno si passa via via ad una strutturazione precisa, dovuta anche alle sempre nuove esigenze di esporre con maggior chiarezza e difendere dialetticamente la posizione etica, filosofica e pratica del buddhismo.
(fine)
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