Un verso Lokāyata in tibetano

Posted By on 11 settembre 2009

Qualche tempo fa ho iniziato ad occuparmi di un’opera didascalica buddhista, perduta nell’originale sanscrito ma fortunatamente pervenutaci in tibetano: la Skhalita-pramathana-yukti-hetu-siddhiḥ (’KHrul pa bzlog pa’i rigs pa gtan tshigs grub pa, «Compimento della ragione mediante argomentazioni volte alla distruzione degli errori»), «tradotta, corretta e arrangiata dal sapiente (upādhyāyaḥ) indiano Sarvajñādeva e dal Paltsekgrande traduttore e correttore, il venerabile dPal-brtsegs» (colophon: rgya gar gyi mkhan po sa-rba dzny’a de ba dang | zhu chen gyi lo tsh’a ba ba-nde dpal brtsegs kyis bsgyur cing zhus te). Questo breve scritto è attribuito ad Āryadeva (il colophon, infatti, recita slob dpon ’phags pa lhas mdzad pa rdzogs so, ovvero «composto dall’ācāryaḥ Āryadeva»), quasi certamente da intendersi Āryadevapāda (vissuto tra il VII e il IX sec. d. C.), ed è conservato all’interno del bsTan-’gyur: (a) edizione di Pechino, mDo-’grel, dBu-ma, vol. 95: TSHa foll. 20b1-24a8; (b) edizione sDe-dge, dBu-ma, vol 199: TSHa foll. 19b1-22b1; (c) edizione dGa’-ldan, dBu-ma’i skor, mDo ’grel, vol 107: TSHa foll. 22b1-26a5 (il fol. 22b1 riporta, centrato, solamente il titolo tibetano dell’opera, il testo vero e proprio inizia con 23a1); (d) edizione Co-ne, dBu-ma, vol. 97: TSHa foll. 26b1-29b6; (e) edizione sNar-thang, mDo-’grel, vol. 106: TSHa foll. 18a7-21b1. L’intento del trattatello è, come si può desumere dal titolo stesso, di dimostrare la bontà della prospettiva buddhista mediante la confutazione degli altri approcci filosofici, definti erronei (tib. ’khrul, scr. bhrāntiḥ, skhalitaṃ). Come accade spesso in questi casi, gli autori, dopo le usuali stanze dedicatorie (maṅgala-ślokāḥ), iniziano la loro disamina affrontando il pensiero ritenuto il più corrotto rispetto a quello che di volta in volta è supposto essere il migliore tra i punti di vista. Āryadeva(pāda) non si sottrae a tale regola non scritta ed avvia il vero e proprio corpo del trattato prendendo in considerazione la prospetiva materialista (Cārvāka/Lokāyata), proprio come ad esempio Sāyana-Mādhava (XIV-XV sec. d. C.) dedica il primo libro del suo Sarva-darśana-samgrahaḥ («Compendio di tutti i sistemi filosofici») all’analisi del pensiero Cārvāka (cārvāka-matam). Āryadeva, quindi, esordisce citando un notissimo refrain materialista.

Ecco il testo tibetano della stanza in questione:

| ma shi bar du bde bar ’tsho |

| shi nas de yi spyod yul med |

| lus kyang thal ba bzhin song nas |

| slar ’tsho bar lta ga la ’gyur |

Che possiamo tradurre così: «Vivi (’tsho) felicemente (bde bar) finché non v’è (mabar du) la morte (shi) [poiché] dalla morte (shi nas) non v’è alcuno (de yi) che sfugga (spyod yul med); quando anche il corpo (lus kyang) è andato in cenere (thal ba bzhin song nas), in che modo (lta ga la) verrà ad essere (’gyur) una vita futura (slar ’tsho bar)?».

Va da sé che questo passaggio non è se non la traduzione in tibetano del sanscrito:

yāvaj jīvaṃ sukhaṃ jīven nāsti mṛtyor agocaraḥ | bhasmībhūtasya dehasya punarāgamana kuta ||

«Finché c’è vita, che [l’uomo] viva gioiosamente, [poiché] non v’è chi non sottostia alla morte; in che modo vi sarà ritorno del corpo divenuto cenere?»

Stanza variamente attestata, come ricorda Ramakrishna Bhattacharya (2009, p. 84), nel Viṣṇudharmottaramahāpurāṇaṃ, nella Tattvasaṃgrahapañjikā di Kamalaśīla, nella Nyāyamañjarī di Jayantabhaṭṭha, nella Tattvabodhavidhāyinī di Abhayadevasūri, nella Yaśastilakacampū di Somadevasūri, nella Nyāyavārtikatātparyapariśuddhiḥ di Udayana, nel commento di Abhayadeva al Dohākoṣaḥ di Sarahapāda, nel Naiṣadhacaritaṃ di Śrīharṣa, nel già citato Sarvadarśanasamgrahaḥ di Sāyana-Mādhava, nella Tarkarahasyadīpikā di Guṇaratna e nella Sarvadarśanakaumudī di Mādhava Sarasvatī.

Faccio notare solo che la più antica attestazione della stanza è in Viṣṇu-dharmottara-Mahā-purāṇaṃ (1,108,18cd-19ab), e recita: yāvaj jīvaṃ sukhaṃ jīven nāsti mṛtyor agocaraḥ | bhasmībhūtasya śāntasya punarāgamana kutaḥ ||. Versione riferita anche da Kamalaśīla (Tattva-saṃgraha-Pañjikā).  Śrīharṣa (Naiṣadha-caritaṃ 17,69) riporta invece la seconda strofa nel modo seguente: bhasmībhūtasya bhūtasya punarāgamanaṃ kutaḥ. È nel Sarva-darśana-saṃgrahaḥ di Sāyana-Mādhava che troviamo la versione sanscrita sitata sopra (e che qui prendiamo in esame dato che è sicuramente questa versione che i traduttori Sarvajñādeva e dPal-brtsegs hanno reso in tibetano). Sulle varianti della stanza si veda Ramakrishna Bhattacharya (2009, pp. 201-205).

Per finire, vediamo le corrispondenze testuali adottate dai traduttori Sarvajñādeva e dPal-brtsegs:

- yāvaj jīvaṃ (finché c’è vita) → ma shi bar du (finché non v’è la morte)

- sukhaṃ jīven ([si] viva gioiosamente) → bde bar ’tsho (vivi felicemente)

- mṛtyor (dalla morte) → shi nas (dalla morte)

- nāsti agocaraḥ (lett. non v’è chi non rientri nel campo = non v’è chi si sottragga, non v’è chi sfugga; agocaraḥ: composto bahuvrīhi) → de yi spyod yul med (non v’è chi si sottragga; de yi rende il senso attributivo)

- dehasya (del corpo) → lus kyang (anche il corpo)

- bhasmībhūtasya (divenute cenere) → thal ba bzhin song nas (quando è andato in cenere)

- kutaḥ (in che modo [vi sarà]?) → lta ga la ’gyur (in che modo vi sarà?)

- punarāgamanaṃ (ritorno, rinascita) → slar ’tsho bar (una vita futura)

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Comments

One Response to “Un verso Lokāyata in tibetano”

  1. [...] a considerare un trattatello di cui abbiamo già parlato, la Skhalita-pramathana-yukti-hetu-siddhiḥ («Compimento della ragione mediante argomentazioni volte alla distruzione [...]

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