La scrittura tibetana di Tashi Mannox

Posted By on 30 settembre 2010

Il materiale per la riproduzione xilografica: la tavoletta incisa, il foglio di carta, l'inchiostro ed il rullo

Chiunque abbia a che fare, o abbia avuto a che fare, con manoscritti di qualunque sorta ha senz’altro notato o avuto l’impressione che, almeno fino a prima dell’invenzione della stampa, la scrittura e la trascrizione di testi erano un tempo attività vissute come vere e proprie arti, le arti calligrafiche, appunto. Questo vale sia per i codici occidentali (pensate ad esempio ai caratteri gotici), sia per i testi orientali (ad esempio quelli scritti in sanscrito, vocabolo che , già di per sé, significa “compiuto”, “perfezionato”, “adorno”). Nel video qui sotto vedrete come lo scrivere una semplice frase in tibetano possa in realtà nascondere un’abilità sviluppata a seguito di molto esercizio (notate la fermezza del tratto e la decisione della mano di Tashi Mannox). Siccome il tibetano – almeno quello classico - è una delle lingue che frequento per ragioni di studio, e siccome per lo più ho a che fare con scritti riprodotti mediante xilografia (il testo è intagliato su un supporto ligneo, che viene poi “bagnato” con inchiostro prima di appoggiarvi sopra il foglio e premerlo mediante il passaggio di un rullo… il tutto ha più a che fare con l’intarsio che con la calligrafia), e siccome la mia personale grafia è tutto fuorché “codificata”, resto sempre profondamente affascinato da coloro che sanno fare ciò che Tashi fa qui.

Il breve scritto di Mannox, traslitterato suona: yig gzugs dam pa (pronuncia: yik zuk dam pa) e significa “sacra calligrafia”.

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