Per Kunal e Sharada, che non conosco… e non conoscerò mai

Posted By on 5 maggio 2011

È sempre spiacevole dare notizia di fatti ignominiosi e crudeli, soprattutto se a compierli sono persone spinte dall’avidità e dall’ignoranza grassa. Tuttavia, voglio qui parlarne anzitutto per onorare la memoria di due piccole ed innocenti vittime, che non le si dimentichi e che non si dimentichino tutti gli altri bambini che, come loro, hanno subìto sorti ugualmente sfortunate. In secondo luogo per denunciare, con questo esempio, quelle che possono essere le estreme derive di ideali – religiosi, politici, ecc. – facilmente unilaterali, villani ed ottusi. In terzo luogo, perché la conclusione di una vergognosa vicenda come questa è un ottimo esempio della laica severità con cui in India siffatti episodi criminosi sono giudicati.

In sunto. Martedì 26 aprile, Krishna Jadhav (32 anni) e sua moglie Rohini (25 anni) sono stati condannati all’ergastolo dal tribunale di Aurangabad per aver ucciso il loro proprio figlio e una loro nipotina al fine di «compiacere gli spiriti maligni».

I due credevano infatti che il sacrificio dei ragazzi avrebbe rivelato loro l’ubicazione di un tesoro supposto nascosto nella loro fattoria, a circa 2 Km dal villaggio di Loni presso Vaijapur.

Oltre all’ergastolo, il giudice Neha Kapdi ha anche inflitto una multa di 1.000 rupie ciascuno (poco più di 15 Euro, ma un vero e proprio patrimonio secondo gli standard economici indiani). Rajendra Mugdia, il pubblico ministero, ha inoltre sottolineato come l’altro imputato chiamato in causa, Bal Yogi Maharaj, sia scomparso subito dopo l’omicidio e sia tuttora irreperibile.

Ma ecco i dettagli della vicenda. Krishna Jadhav è un muratore e Rohini una casalinga. La coppia aveva due figli: Kunal (4 anni) e Rohan (2 anni). Poiché Jadhav credeva fermamente che vi fosse un tesoro sepolto da qualche parte nei tre ettari della propria azienda agricola, aveva preso contatti con Bal Yogi Maharaj, residente non lontano da Aurangabad, il quale affermava di avere poteri magici. Maharaj, consultato da Jadhav, aveva suggerito a quest’ultimo di trovare e sacrificare nella fattoria una tartaruga con 21 unghie. Ciò avrebbe permesso, secondo Mahajar, di individuare il tesoro nascosto, evitando in tal modo l’altra possibile soluzione, ovvero il sacrificio di due vite umane.

Tuttavia, e come è facile immaginare, Jadhav non è riuscito a procurarsi alcuna tartaruga con tali caratteristiche. Ha quindi scelleratamente deciso di uccidere il proprio figlio e Sharada Ambadas Matsagar (9 anni), figlia della sorella di Rohini, che viveva nel villaggio di Jalva, a circa 20 km da Loni.

Il 10 aprile 2009, Jadhav e Rohini hanno fatto visita alla famiglia della sorella di lei, con il pretesto di sincerarsi delle condizioni di salute di Ambadas, cognato dei due e padre della piccola Sharada, il quale in quel momento si stava riprendendo da un morso di scorpione. Gli infanticidi hanno quindi insistito che Sharda trascorresse alcuni giorni a casa loro, invito a cui Ambadas acconsentì – secondo le testimonianze – a malincuore, dato che in casa Jadhav non vi erano sufficienti agi per poter accogliere un ospite.

Qualche giorno dopo, esattamente alle 16.45 del 15 aprile 2009, la coppia ha contattato i loro parenti e la polizia, informandoli di aver trovato, al ritorno da una visita dentistica a Vaijapur, i corpi di Kunal e Sharada esangui in una pozza di sangue, sgozzati. Jadhav e Rohini, in un primo momento, hanno affermato che prima di partire per Vijaipur, i due piccoli stavano giocando assieme nella capanna.

La polizia, nondimeno, grazie all’impiego di un cane da fiuto, ha presto recuperato sul posto una spada, un coltello, un’ascia, alcuni piccoli idoli di pietra, del cocco e il materiale utilizzato per l’offerta sacrificale. Anche la prova decisiva è dipesa dal cane, che insistentemente puntava Jadhav. Come ha poi spiegato il pubblico ministero, la polizia, per assicurarsi del suo coinvolgimento, ha inserito Jadhav in una folla di circa 300 persone che si erano radunate sul posto. Sebbene tra molti altri, il cane puntava ed abbaiava sempre e solo a Jadhav.

Durante tutto il processo – iniziato quel 15 aprile – l’accusa ha esaminato 21 testimoni chiave, 16 dei quali pare abbiano direttamente o indirettamente confermato il coinvolgimento dei due nell’omicidio. Inizialmente, dunque, è stata chiesta la pena capitale, data la brutalità e l’efferatezza del crimine ma il giudice, considerando che alla coppia resta comunque un figlio di 2 anni, ha optato per il carcere a vita.

Un sorriso per Kunal e Sharada

Comments

Leave a Reply