La Cina ha pronti 300 miliardi per l’India

yuanL’offerta della Cina di investire 300 miliardi di dollari — equivalenti al 30% del dodicesimo Five Year Plan di 1000 miliardi — per lo sviluppo delle infrastrutture in India nei prossimi tre anni è al tempo stesso un’opportunità e una sfida. È un’opportunità perché mai prima d’ora l’India aveva ricevuto una “attenzione” economica di tale portata da parte di un Paese estero. Inoltre, un impegno economico su tale scala, con accesso non solo al surplus di investimenti, ma anche alle competenze, alle tecnologie, ai prodotti e, forse, anche alla manodopera cinese, potrebbe da un lato trasformare l’economia indiana e il ritmo del suo sviluppo, e dall’altro modificare le relazioni tra India e Cina, portando e due giganti asiatici nella direzione di una delle più formidabili partnership sulla scena internazionale. La sfida invece consiste nel fatto di vedere, adesso, se l’India ha il coraggio politico e diplomatico di cogliere questa opportunità. L’offerta da parte cinese arriva infatti al termine del mandato governativo dell’unione di centro-sinistra (UPA), e se fosse accettata costituirebbe la prima grande prova in politica estera del nuovo governo nel 2014, perché in sé richiederebbe anzitutto di superare le diffidenze che l’India da diverso tempo nutre nei confronti della Cina.

Con oltre 3.800 miliardi dollari in riserve monetarie, la Cina è il più grande detentore di buoni del tesoro USA, il che porta Washington a rimanere strutturalmente “indebitato” a Pechino. Questo accade in uno scenario in cui le economie che sono allineate agli USA restano sostanzialmente dissanguate dalla crisi, mentre la Cina sembra procedere bene: è la seconda più grande economia del mondo, tutt’ora stabile e autosufficiente (se pensiamo che rimane in grado di sfamare i suoi 1,4 miliardi di persone), e negli ultimi anni ha anche acquisito parte del debito dei Paesi europei. In molti Stati, compresi Europa e USA, inoltre, la Cina resta il principale angel investor, mettendo a disposizione il proprio capitale per finanziare progetti innovativi, tecnologici, ecc., e aiutando in tal modo a fronteggiare la persistente crisi economica. Per quanto concerne gli USA, la linea estera intrapresa nei confronti della Cina è sempre stata quella di ottenere il massimo dall’economia cinese, mantenendo al contempo bassa l’influenza strategica e la forza militare del colosso asiatico. Anche il Giappone, nonostante i suoi rapporti difficili con la Cina, non mette mai a rischio gli accordi economici bilaterali.

L’India dovrebbe ora sfruttare l’opportunità d’investimento dichiarata dalla Cina, seguendo l’esempio del Giappone e degli USA, ma senza essere “vittima” delle loro strategie di politica estera, che sinora hanno avuto lo scopo di mantenere l’India e la Cina fuori dai giochi strategici internazionali. Il Giappone e gli USA, infatti, spingono perché l’India svolga un ruolo chiave in Oriente, senza però essere disposti a investire nel Subcontinente tanti fondi quanti ne stanno invece investendo in Cina. Inoltre, visto che la Cina procede a passi veloci con le riforme economiche in casa e sta aumentando gli investimenti in tutta l’Asia del Sud, i vicini dell’India potrebbero guardare con più interesse verso Pechino che verso Nuova Delhi, la qual cosa renderebbe di fatto più debole il ruolo dell’India nel Sudest asiatico. A ciò bisogna aggiungere che già in Asia centrale l’influenza indiana non è minimamente paragonabile alla Cina, che di fatto rappresenta la potenza dominante — addirittura avanti a Russia e USA —, incassando il sostegno di Iran e Pakistan. L’India, inoltre, sta dietro alla Cina anche in Africa e nel Golfo, aree in cui l’espansionismo economico cinese galoppa a ritmi serratissimi.

In un panorama internazionale di tale entità, l’India ha più che mai bisogno di guardare alla Cina in modo nuovo, cambiando il paradigma della propria politica estera d’oltre-himalaya, e di avviare delle trattative che mirino al reciproco interesse, in favore di nuove possibilità di crescita interna e prospettive a livello globale. Oltre ad avere molto da guadagnare da una partnership con la Cina, di cui i 300 miliardi di dollari potrebbero essere solo il primo passo, l’India dovrebbe sfruttare questa stessa partnership per avviare una seria opera di “restyling”, quanto mai necessaria al fine di iniziare ad imporsi come reale potenza economica, dotata di una linea estera solida e il più univoca possibile, a livello internazionale.

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